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Infodemia-covid-19
Infodemia Covid-19: l’algoritmo della percezione

«Un’epidemia di informazione ha trasformato la SARS, o sindrome respiratoria acuta, da una confusa crisi di salute regionale cinese a uno sfacelo globale economico e sociale […] l’epidemia di informazione – o infodemia – ha reso difficile controllare e contenere la crisi della salute pubblica. Cosa intendo esattamente per infodemia? Alcuni fatti, uniti a paura, speculazione e rumors[1], amplificati e trasmessi rapidamente in tutto il mondo dalle moderne tecnologie, hanno influenzato le economie nazionali e internazionali, le politiche e anche la sicurezza in modi sproporzionati rispetto all’effettiva realtà»[2].

David J. Rothkopf[3] aveva le idee chiare quando nel lontano 2003 espresse il suo pensiero in merito all’importante ruolo che la comunicazione assunse nella diffusione delle informazioni riguardanti la SARS, sviluppatasi nel territorio cinese e propagatasi agli stati occidentali, coniando un nuovo termine che da lì a qualche anno sarebbe diventato elemento distintivo della comunicazione nell’era multimediale: infodemia.

Un’infodemia è una comunicazione carica di messaggi non verificati, di divulgazioni a volte contraddittorie, «non è una semplice diffusione di notizie via media, ma un complesso fenomeno causato dall’interazione dei media mainstream, di quelli specialistici, di siti web e di media “informali”» e fonti di informazione secondarie, «quali i cellulari, i messaggi di testo, cercapersone, fax ed e-mail, che trasmettono una combinazione di fatti, rumors, interpretazioni e propaganda»[4]. Ad essi aggiungerei il ruolo strategico che ad oggi giocano nel campo della multimedialità piattaforme come quelle dei social network e delle chat di messaggistica personale. Un fenomeno d’insieme che negli anni sta diventando sempre più complesso a causa di radicali cambiamenti sociali, generando non solo maggiore velocità, ma anche una preponderante volatilità; cambiamenti dei quali abbiamo potuto verificare i risvolti negativi alla luce dell’ultima emergenza sanitaria che ci siamo trovati a fronteggiare.

Una nuova pandemia, quella del Covid-19, che ha generato una nuova infodemia «amplificando il clima di paura e incertezza generato dall’emergenza sanitaria e favorito dalla mancata applicazione delle regole della comunicazione di crisi»[5]. Il sovraccarico di informazioni parcellizzate provenienti da molteplici fonti è stato la conseguenza della mancanza di uno specifico piano di comunicazione di crisi che evitasse di utilizzare le regole tipiche della comunicazione politica a discapito di altre più consone. In casi di emergenza simili, velocità e chiarezza sono necessarie per la diffusione delle informazioni e delle direttive da seguire, ma nella nostra era multimediale, mentre è indubbiamente garantita la prima, la seconda paga il prezzo più oneroso.

Sì, perché al di là delle evidenti difficoltà, e della garantita velocità di diffusione, sarebbe stato più opportuno realizzare una comunicazione chiara e meno allarmistica[6] che uscisse dalla bocca di una sola spokenperson, obiettiva e competente, e che venisse veicolata alla “massa” attraverso appositi canali di trasmissione, così da riportare dati certificati a aggiornati, bypassando tutti quei mezzi di informazione secondari che, senza filtri, hanno dato spazio alle fake news, generando incertezza e ansia.

L’intento è sicuramente lodevole, almeno in potenza, ma quanto sviluppabile in concreto? L’uomo è sempre la chiave di volta di tutti i processi decisionali che lo riguardano e, per quanto logico, razionale, obiettivo, è al tempo stesso costituito da un complesso meccanismo di percezioni che conduce molto spesso ad errori sistematici[7] definiti bias[8], certi quasi alla stregua dei risultati inconfutabili che è possibile ottenere calcolando previsioni per mezzo di algoritmi[9]. Anche l’analisi di soggetti esperti finisce per assoggettarsi alla percezione intuitiva, sottovalutando la sicurezza che può invece venire dalla statistica e dimostrando la propria «incapacità di sovraperformare l’algoritmo»[10].

Nel momento di emergenza Covid-19, travolta dall’onda dell’incertezza, la mente umana interpreta il mondo che la circonda ricorrendo a scorciatoie di pensiero definite euristiche[11], capaci di fornire risposte immediate, rintracciando agganci nella memoria oppure semplificando la complessità del problema stesso[12]. Pertanto sono proprio quelle euristiche a giocare un «ruolo cruciale nell’orientare le nostre scelte individuali e collettive»[13], come quella del condividere notizie per nutrire la nostra esigenza di sicurezza, alimentando nel frattempo e in modo incontrollato, l’infodemia.

È così che la razionale statistica ha avuto la peggio, mentre le scorciatoie euristiche, partendo da informazioni sommarie, hanno generato storie nella nostra mente alle quali abbiamo creduto. Sì, perché «saltare alle conclusioni sulla base di prove limitate è importante per comprendere il pensiero intuitivo, […] what you see is all there is[14]. Il sistema intuitivo[15] è radicalmente insensibile sia alla qualità sia alla quantità delle informazioni che generano impressioni e intuizioni»[16]; perciò, qualunque cosa semplifichi tali associazioni tenderà a viziare le credenze con errori sistematici, come quello della condivisione associando la frequenza con cui abbiamo letto le notizie a differenti livelli di credibilità. Infatti, se c’è un modo per indurre la gente a «credere a cose false è la frequente ripetizione»[17] «poiché la ripetizione è un segnale di sicurezza»[18]: una cosa che siamo soliti vedere, genera in noi una familiarità, e questa non si distingue facilmente dalla verità.

Così abbiamo finito per credere a quello che abbiamo sommariamente conosciuto, conferendogli un valore più alto di quello reale grazie alle storie della nostra percezione, condividendo e dunque impattando in maniera incontrollata e inconsapevole nel mondo iperconnesso[19] che viviamo, alimentandone l’infodemia, oltre che arrivare a credere e dire molto di più di quello che in realtà sappiamo[20].


[1]Il termine rumors è inteso come chiacchiere/dicerie, ma per pienezza di significato difficile da rendere nella traduzione e valore onomatopeico - poiché dal suono assimilabile al termine rumore (il rumore può infastidire una conversazione tanto quanto possono le chiacchiere o dicerie interferire nella veridicità delle informazioni) - utilizzerò questo termine esclusivamente in lingua originale.
[2]When the buzz bites back, David J. Rothkopf, The Washington Post, 2003 <www.washingtonpost.com>
[3]Professore di relazioni internazionali, politologo e giornalista americano, oltre che CEO del The Rothkopf Group
[4]When the buzz bites back, David J. Rothkopf, The Washington Post, 2003 <www.washingtonpost.com>
[5]Coronavirus e comunicazione di crisi: gli errori compiuti e le azioni da intraprendere, Valentina Lombardo <www.ferpi.it>
[6]Coronavirus e comunicazione di crisi: gli errori compiuti e le azioni da intraprendere, Valentina Lombardo <www.ferpi.it>
[7] «Documentammo errori sistematici del pensiero della gente normale e li imputammo alla struttura del meccanismo cognitivo anziché al fatto che le emozioni corrompessero il pensiero», al contrario di quanto invece sostenevano gli studiosi che negli anni Settanta indagarono la natura umana; da Pensieri lenti e veloci, D. Kahneman.
[8]«Preconcetti che ricorrono in maniera prevedibile in particolari circostanze»; da Pensieri lenti e veloci, D. Kahneman.
[9]Termine, derivato dall’appellativo del matematico Muḥammad ibn Mūsa del IX sec., «che designa qualunque schema o procedimento sistematico di calcolo, […] con il quale si tende a esprimere in termini matematicamente precisi il concetto di procedura generale, di metodo sistematico valido per la soluzione di una certa classe di problemi» <www.treccani.it>
[10]Pensiero espresso da Paul Meehl, uno dei uno dei più importanti psicologi americani e filosofo della scienza che pubblicò una serie di articoli scientifici sull’apprendimento tra gli anni Quaranta e Cinquanta.
[11] In Judgment under uncertainty: Heuristics and biases, Daniel Kahneman, Paul Slovic e Amos Tversky, individuano come principali euristiche della percezione la rappresentatività, la disponibilità, ancoraggio e la simulazione, e rispettivi biases (errori).
[12]Pensieri lenti e veloci, Daniel Kahneman, Mondadori, 2017 – Edizione Kindle.
[13] La percezione del rischio, Giancarlo Sturloni <www.iltascabile.com>
[14] Quello che si vede è l’unica cosa che c’è.
[15] Il Sistema 1 (intuitivo) è quello che opera in fretta e automaticamente, con poco o nessuno sforzo e nessun senso di controllo volontario; mentre il Sistema 2 (riflessivo) indirizza l’attenzione verso le attività mentali impegnative che richiedono focalizzazione, come i calcoli complessi: definizione degli psicologi Keith Stanovich e Richard West.
[16] Pensieri lenti e veloci, Daniel Kahneman, Mondadori, 2017 – Edizione Kindle.
[17] Pensieri lenti e veloci, Daniel Kahneman, Mondadori, 2017 – Edizione Kindle.
[18] Assunto di Robert Zajonc in seguito allo studio condotto sul nesso tra ripetizione di uno stimolo e l’effetto che la gente mostra nei confronti dello stimolo: effetto esposizione, che nella psicologia sociale è chiamato principio di familiarità.
[19] La percezione del rischio, Giancarlo Sturloni <www.iltascabile.com>
[20] Telling more than we can know: verbal reports on mental processes, R. Nisbett e T. De Camp Wilson, doc PDF <www.people.virginia.edu>


Articoli web
When the buzz bites back, David J. Rothkopf, The Washington Post, 2003 <www.washingtonpost.com>
Coronavirus e comunicazione di crisi: gli errori compiuti e le azioni da intraprendere, Valentina Lombardo <www.ferpi.it>
La percezione del rischio, Giancarlo Sturloni <www.iltascabile.com>

Bibliografia
Pensieri lenti e veloci, Daniel Kahneman, Mondadori, 2017 – Edizione Kindle
In Judgment under uncertainty: Heuristics and biases, Daniel Kahneman, Paul Slovic e Amos Tversky <books.google.it>
Telling more than we can know: verbal reports on mental processes, R. Nisbett e T. De Camp Wilson, <www.people.virginia.edu>

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